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sabato 12 giugno 2021

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

​Il Giro

di Libero Venturi - domenica 06 giugno 2021 ore 07:30

Mi piace il ciclismo. Sport popolare, di fatica e sacrificio. Coppi e Bartali, per non tacer di Magni. I comunisti per Coppi, “l’airone” e la “dama bianca”. I democristiani per il devoto Bartali. Chissà perché. E i fascisti per Magni, “il leone delle Fiandre”. Che fascista era stato: fu anche processato, ma senza colpa e Alfredo Martini, suo amico e partigiano, futuro CT della nazionale azzurra di ciclismo, testimoniò a suo favore e lo scagionò. Il passaggio della borraccia sullo Stelvio fra Coppi e Bartali o viceversa, non si saprà mai. Me li ricordo, gli eterni rivali, che duettano in tivvù al “Musichiere” nel ‘59. Le rivelazioni di Bartali che durante la guerra nascondeva nella canna della bici salvacondotti per ebrei perseguitati dal nazifascismo. Il cronista Mario Ferretti, lui addirittura ex repubblichino, che, durante l’epica tappa Cuneo-Pinerolo del ‘49, apre il collegamento radio con la celebre frase: «Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi». Che poi descrisse come «il ragazzo secco come un osso di prosciutto». Secondo, a quasi dodici minuti, arrivò Bartali. Il pacificatore. Dopo l’attentato a Togliatti, il 14 luglio 1948, l’Italia era sull’orlo della guerra civile. Oltre all’invito alla calma del segretario del PCI dal letto dell’ospedale, si racconta che a pacificare gli animi fu la vittoria di Gino Bartali, “l’uomo di ferro”, maglia gialla al Tour de France. Per la verità la Grande Boucle si concluse il 25 luglio di quell’anno, cioè undici giorni dopo l’attentato e in Russia alla rivoluzione ne bastarono dieci per sconvolgere il mondo, racconta John Reed. Comunque a noi piace pensarlo che Bartali mise tutti d’accordo. Anche se è vero, come diceva lui, Ginettaccio, che: «l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!».

Potremmo citare molti altri campioni. Era un ciclismo eroico, da imprese solitarie. Il fascino dello scalatore che se ne va, mulinando i pedali o zigzagando in piedi sulla bici, è inarrivabile, è l’essenza del ciclismo. Più degli encomiabili, ma noiosi passisti, più dei velocisti, kamikaze della volata. Per questo Pantani, il Pirata, al di là di tutti i guai suoi e del ciclismo malato, ci resta nel cuore. Come i pionieri di un’Italia contadina: lo spazzacamino valdostano Maurice Garin, due polli, tre bistecche, frittatona, due litri di rosso buttati in corpo, dopo aver vinto la prima tappa della storia del Tour de France nel 1903, 467 km da Parigi a Lione. “Culo di ferro” era il suo soprannome. O il leggendario Luisòn, Luigi Ganna, un pezzo d’uomo, “il re del fango”, trionfatore al primo Giro d’Italia del 1909, che al cronista che gli chiede le sue impressioni a caldo dopo la vittoria, gliele dice quale sono, in dialetto lombardo: «me brüsa tant l cü!». Perché non solo le gambe, in bicicletta, sono messe a dura prova.

Il ciclismo attuale, in epoca industriale e mediatica, è figlio di quella storia sportiva, ma solo in parte. Oltre ai problemi ricorrenti del doping, causa ed effetto di una rincorsa ansiosa e spettacolare alla prestazione, oggi l’organizzazione industriale del ciclismo, la formazione di squadre numerose che impongono un capitano e i suoi gregari, inquadrati entro un rapporto di rigida disciplina, minano l’immagine, la bellezza di questo sport. Funziona così: tutti corrono per il capitano designato. Ma non è come i moschettieri: uno per tutti e tutti per uno. La norma è tutti per uno e basta. I gregari, se vogliono tentare una fuga o vincere una tappa, lo possono fare solo se non nuoce alla squadra e se ne hanno il permesso. In cambio ricevono uno “stipendio” e i premi delle vittorie si dividono.

In gara i gregari sono disposti in fila in ordine stabilito e si sacrificano tenendo un ritmo forsennato, da pedalata assistita. Finito il proprio compito ogni gregario, spremuto e spossato, si sposta di lato e basta che arrivi al traguardo prima del tempo massimo, che è abbondante. Ultimo resta il capitano che corre per la maglia -rosa o gialla o rossa che sia- cioè per il primato in classifica generale. Il suo compito e la sua bravura sono quelli di reggere il ritmo e dare la pedalata vincente sul traguardo o comunque arrivare sempre fra i primi. E mica è facile, ma puoi anche vincere il giro senza nessuna vittoria di tappa. È successo. Le tappe spesso sono disegnate con percorsi medi: ce ne sono un bel po’ per passisti, velocisti e finisseur, con percorsi e arrivi prevalentemente pianeggianti e le altre sono miste, con una distribuzione di salite e discese, ma brevi. Sempre meno sono i veri tapponi di montagna, con salite lunghe per i grimpeur, gli scalatori puri. La corsa attraversa il Paese, il suo territorio, i monti, le coste, le sue celebrate o trascurate bellezze, come una villeggiatura. Città e paesi fanno a gara per aggiudicarsi una tappa del Giro. Da Pontedera è passato due volte.

Anche se bisogna riconoscere che gli sponsor e i team raccolgono talenti, a me, comunque, le squadre e la disciplina di corsa che impongono, stanno sui coglioni. Il ciclismo è uno sport sempre bello a vedersi, ma, se non è ammazzato dalle squadre, tuttavia ne è ferito gravemente. Addio imprese solitarie, addio ciclismo eroico! O come sarebbe più bello se ogni corridore corresse per sé e alla fine si vede chi è più bravo e più forte! Anche se il paragone è improponibile, il ciclismo dovrebbe assomigliare un po’ più all’atletica e un po’ meno al calcio. Poi ci sono gli Europei, i Mondiali, le Olimpiadi e allora le squadre vanno bene, ma quelle nazionali.

Oltretutto noi italiani non abbiamo più capitani vincenti, con tutto il rispetto per il grande, ma trentasettenne Nibali. Abbiamo ottimi gregari che prestiamo a tutti. Addirittura il più grande cronomer del mondo, Filippo Ganna che, anche con la maglia rosa, si deve sacrificare per il proprio capitano. E l’ha fatto, insieme ai compagni di squadra, forse la più forte di tutte. Il suo capitano, Egan Bernal, ventiquattro anni, ha vinto il Giro, aggiudicandosi anche due tappe, il merito va riconosciuto. Bernal è un mountain-biker colombiano, come ciclista si è formato in Italia e risiede a Montecarlo, sicuramente per il clima, probabilmente per le tasse. Nel 2019 aveva vinto il Tour. Quest’anno si è aggiudicato la maglia rosa, ma chissà come sarebbe andata se non ci fosse stato Dani Martinez, il suo ultimo, fido gregario, a spronarlo con il pugno alzato, nella 17ª tappa, e “tirarlo” lungo la salita di Sega di Ala, quando, per stare dietro allo scatto del britannico Simon Yates, il colombiano era andato in crisi nera. Gli era già successo al Tour sul Puy Mary e sul Grand Colombier, l’anno scorso. E chissà come sarebbe finito il Giro di quest’anno se il tappone dolomitico non fosse stato ridotto dall’organizzazione su richiesta dei corridori o delle squadre per il maltempo. Il ciclismo stoico non esiste più. Anche al Tour de France vinto da Bernal, due anni fa, furono cancellati 37 km finali di tappa, congelando la gara in cima al Col de l’Iseran, per una frana causata dal maltempo. Chissà, se, ma... Con i “se”, i “ma” e i “chissà” non si fa storia e nemmeno sport, tantomeno il ciclismo.

E noi possiamo solo inneggiare al secondo -anche se non è poco- in classifica generale: il trentaquattrenne Damiano Caruso, un esperto e valente gregario, libero di puntare alle vittorie dopo il ritiro del suo capitano Mikel Landa, in seguito ad una brutta caduta nella 5ª tappa. Tanto valente che forse doveva approfittare della crisi di Bernal e provare a lasciarlo dietro, sulla salita di Sega di Ala. Invece ha scelto di collaborare con la maglia rosa per andare a riprendere insieme Yates. Ha preferito difendere il secondo posto da Yates che era terzo in classifica dietro di lui, piuttosto che attaccare il primo. E così è sfumato il sogno della vittoria di un gregario. Ma forse più di questo non sarebbe stato possibile e ha dosato le forze. E le ha dosate bene perché poi, nella 20ª tappa, sull’Alpe Motta è arrivato primo. E dopo a cronometro si è difeso bene. Quindi ne aveva. Un altro esperto gregario, il trentacinquenne Alessandro De Marchi, aveva indossato la maglia rosa per due giorni, poi è stato costretto al ritiro per una rovinosa caduta. Solo gregari. L’ultima volta che un capitano Italiano ha vinto il Giro è stata nel 2016 con Vincenzo Nibali, “lo squalo”, che l’aveva già vinto nel 2013. E nel suo palmarès ha la Vuelta nel 2010 e il Tour nel 2014. O capitano, mio capitano!

Anche l’attuale CT azzurro, Davide Cassani, è stato un buon gregario e un buon corridore. Quest’anno seguiva il Giro dietro la moto della Rai. A me sembra che in lui prevalga la visione dell’uomo di squadra sopra tutto. Commentando la condotta di gara di Lorenzo Fortunato, scattato in salita con Jan Tratnik, un potente passista sloveno, Cassani manifestava il timore che il nostro fosse troppo “su di giri”. Ce la farà? Capace, fosse stato per lui, gli avrebbe consigliato prudenza e di tenersi a ruota. Per fortuna, il giovane Fortunato, di propensione scalatore, laureato in Scienze motorie, si è mosso ed ha attaccato, si è tolto dalla ruota lo sloveno ed è arrivato primo al traguardo della 14ª tappa, sul Monte Zoncolan. Niente meno! Sarà importante participare, ma non è meno importante avere una mentalità vincente.

Su 21 tappe del Giro, i corridori italiani vincitori sono stati 7, i secondi posti 11 e 7 anche i terzi. Insomma non così male, ma siamo in prevalenza più piazzati che primi. In classifica generale, per la maglia rosa, è andata peggio: Caruso secondo e nessun altro italiano nei primi dieci. Nella classifica a punti, maglia ciclamino: Davide Cimolai secondo e quarto Elia Viviani. Fra gli scalatori, maglia azzurra, ancora Caruso. Quella che deve preoccupare di più è la classifica giovani, maglia bianca: nessun italiano nei primi cinque, solo Lorenzo Fortunato è settimo. E nella classifica a squadre, trofeo super team, nessuna squadra italiana compare tra le prime cinque. Del resto le squadre partecipanti erano 23, di cui solo 3 italiane. Ogni squadra porta 8 corridori, così i partecipanti sono stati in totale184, di cui 53 italiani.

Quanto alla telecronaca le novità quest’anno sono state Giada Borgato, ex ciclista, commentatrice precisa, quasi implacabile, su ogni dettaglio e lo scrittore Fabio Genovesi che intercalava con storie e racconti. Rimando alla lettura del suo “Esche Vive”, per il sorprendente incipit del primo capitolo “Galileo era uno scemo” e perché nel romanzo c’è anche il ciclismo. Una conferma, con Alessandra De Stefano, il rito del “Processo alla tappa”, la trasmissione creata da Sergio Zavoli.

Il ciclismo, comunque si pensi, rimane uno sport potente e impietoso. Nella 18ª tappa del Giro, Rovereto-Stradella, il toscano Alberto Bettiol raggiunge in fuga Remi Cavagna, un passistone, in telecronaca ormai quasi pronosticato vincitore e lo affianca. Il francese, che sembrava una moto in corsa, scuote la testa e d’improvviso, su una salita non certo irresistibile, il motore s’imballa, le sue gambe non pedalano più, si ferma, finita la benzina. Bettiol, vincitore nel 2019 del Giro delle Fiandre, una “classica monumento”, va solo e primo al traguardo. Dolce Remi! Mi è perfino dispiaciuto per quella resa cosi disarmante. “L’indicibile dei vinti...”. Ma il ciclismo è così. Chi non ricorda Franco Bitossi, “cuore matto”, altro toscano, solo sul rettilineo finale del mondiale di Gap, in Francia, nel 1972. Ha un vantaggio di trecento metri circa sul gruppo che però rimonta fortissimo. È stremato, mette un rapporto pesante, si pianta, le gambe non girano, si sposta verso il centro, prende più strada e più vento. Sul filo del traguardo, in volata sul gruppo, è un altro italiano che gli frega il sogno di una vita. Marino Basso è campione del mondo. Un sogno svanito come quello del grande Baggio ai mondiali del 1994 nella finale con il Brasile e il suo rigore sparato alto, in una porta sull’azzurro, dopo quelli sbagliati da Baresi e Massaro che nessuno ricorda mai. Ho visto il film sulla sua vita, “Il divin codino” e dopo la rincorsa finale questa volta mi pareva avesse calciato meglio, ma ha sbagliato ancora. Brasile primo, Italia seconda. Tuttavia proprio per questo Bitossi e Baggio resteranno sempre nel nostro cuore, eterni secondi e grandi campioni. Perché in fondo la vita è un giro, un calcio verso il cielo. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 6 giugno 2021

Libero Venturi

Gino Bartali e Fausto Coppi al Musichiere con Mario Riva nel 1959

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