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Attualità martedì 29 settembre 2015 ore 17:23

Da immigrato a capo cantina

La storia di Bledar, immigrato albanese arrivato in Italia nel 2000: oggi dirige la cantina di una importante azienda sulle colline lucchesi



MONTECARLO — 20 mila stranieri nelle nostre campagne che lavorano onestamente e duramente fianco a fianco degli italiani. In inverno, primavera, estate, quando c’è da vendemmiare così come quando c’è da potare: i lavoratori stranieri sono la forza indispensabile dell’agricoltura anche nella nostra regione dove il 28,6% dei lavoratori agricoli parla un’altra lingua. L’agricoltura, per questa grande comunità multietnica formata principalmente da rumeni (6024), albanesi (3514), marocchini (1366), polacchi (778), indiani (462) e tunisini (457), bulgari (375) e slovacchi (29) è stata, ed è uno tutt’oggi, uno strumento di integrazione potentissimo. A dirlo è Coldiretti Toscana sulla base dei dati del Dossier Caritas e Migrantes secondo cui i lavoratoristranieri (in aggiunta ai quasi 3mila imprenditori agricoli stranieri) sonosempre più decisivi per molti comparti e per molti settori “stagionali” come l’olivicoltura e la viticoltura, ma anche nell’ortofrutticolo e nella zootecnia

Il Dossier evidenzia inoltre come l’apporto del lavoro straniero rappresenta ben il 23,06% del totale delle giornate di lavoro dichiarate dalle aziende mentre i lavoratori immigrati impegnati in agricoltura hanno una età media di 36 anni e per ben il 71% sono di sesso maschile. L’età è un fattore importante che contribuisce al ringiovanimento dell’età media complessiva nelle campagne. “I lavoratori stranieri, negli ultimi 15-20 anni – spiega Tulio Marcelli, Presidente Coldiretti Toscana – hanno garantito quella manodopera essenziale, di fatica e costanza, che ha permesso la continuità di molte aziende. Hannocontribuito silenziosamente alla crescita e all’evoluzione della nostra agricoltura attivando un percorso di integrazione naturale. Oggi il quadro sta rapidamente cambiando: ci sono sempre più italiani, soprattutto giovani, che guardano alla campagna con spirito ed occhio diverso e che sono disposti adimparare e partire dalla gavetta”.

Italiani e stranieri hanno trovato un linguaggio senza pregiudizi, frontiere e diversità nel lavoro in campagna e nel ciclo delle stagioni. Montecarlo, Comune vitivinicolo patria della doc lucchese, è un piccolo esempio di questa integrazione. Qui si trova una piccola colonia che parla un’altra lingua: nelle aziende che producono vino ed olio lavorano decine di lavoratori di nazionalità albanese. Tra di loro c’era BledarBlendyBullari: la sua è una storia di umanità ed integrazione, di duro lavoro ed onestà. Arrivato in Italia come lavoratore stagionale è riuscito a conquistarsi la fiducia ed un posto di lavoro in una importante azienda agricola, la Fattoria Il Poggio di Montecarlo. Entrato come lavoratore-immigrato, quindici anni dopo è il capo cantina della fattoria. Con lui oggi lavorano la moglie che si occupa dell’agriturismo, il padre-factotum, il cognato ed altri parenti. Otto dei componenti della sua famiglia sono dipendenti a tempo indeterminato dell’azienda agrituristica che produce vino e olio. “Sono partito dall’Albania in cerca di un futuro. L’integrazione è stata possibile grazie alla mia volontà e alla pazienza dei titolari. Lavoro ognigiorno per non farli pentire della fiducia che mi hanno dato. Questa azienda la sento anche un po’ mia”. Bledar partito dalla più umile delle mansioni prima che i titolari dell’azienda, la famiglia Rossi, gli concedesse le chiavi della cantina: “non sapevo fare nulla o poco. – ricorda – In Albania fino a qualche anno fa la cultura del vino non esisteva. Il nostro vino nazionale è la grappa. Sono orgoglioso e riconoscente verso la famiglia Rossi che mi ha accolto, mi ha insegnato un mestiere e mi ha permesso di riunire qui la mia famiglia”.

L’esempio di Bledar, 34 anni, è un esempio per tutti gli altri lavoratori agricoli delle colline di Montecarlo e per tutti i 20 mila lavoratori della Toscana. “Quando vedo in tv le immagini dei migranti che fuggono dal loro paese rivedo anche la mia storia – conclude Bledar – la mia è oggi una storia a lieto fine. Fuggono per disperazione in cerca di un domani migliore per se stessi e per la loro famiglia. L’Italia ha sempre dimostrato grande umanità e solidarietà: ne darà dimostrazione anche questa volta”.


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