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giovedì 24 agosto 2017

TURBATIVE — il Blog di Franco Bonciani

Franco Bonciani

Franco Bonciani, fiorentino, vicepresidente della Federnuoto Toscana, uomo di sport in generale e piscinaro in particolare. Con uno sguardo attento e scanzonato su quello che gli succede attorno

Italiani che non si perdono in chiacchiere

di Franco Bonciani - mercoledì 02 agosto 2017 ore 09:51

foto Federnuoto.it

Italiani che non si perdono in chiacchiere e polemiche, lavorano con impegno giorno dopo giorno, superano le difficoltà, salgono sul tetto del mondo. Sembra una bufala, ma è tutto vero: Federica Pellegrini, Gabriele Detti, Gregorio Paltrinieri sono italiani, sono bravi e sono vincenti senza barare. In un mondo sportivo dove spesso per avere l’ufficialità dei risultati si devono aspettare le controanalisi (e vi assicuro che il pianeta è grande e variegato…) sapere che i nostri ricevono regolarmente e spesso visite e controlli dell’antidoping durante tutto l’anno, beh, ti fa pensare cose buone.

È l’Italia del nuoto, quella che tutte le mattine si alza presto per faticare con la consapevolezza che l’impegno che ci metti sarà premiato: che tu finisca sul podio dei mondiali di Budapest o migliori il tuo personale per qualche decimo, l’importante è capire che il lavoro paga, l’impegno viene premiato, non arrendersi è la parola d’ordine.

Eppure, quei tre che hanno fatto suonare l’inno di Mameli alla Duna Arena difficoltà ne hanno dovute superare e in uno sport come il nuoto vinci solo se sei preparato e convinto: non puoi far affidamento sulla botta di culo.

Di Federica Pellegrini si è scritto tanto, è dal lontanissimo 2004 che è ai vertici mondiali. Nella sua gara, i 200 stile libero, è passata vincente attraverso una miriade di avversarie, di fenomeni sparite dalle vasche da un pezzo. Laure Manaudou, Camelia Potec, Solenne Figués, Missy Franklyn, Annika Lurz, Allison Schmitt, Rebecca Adlington, Kylie Palmer, Camille Muffat, Sara Isakovic, che hanno concluso la loro carriera, che nel nuoto non è facile far durare, il talento da solo serve a poco. Questa volta, nei mondiali di nuoto, Federica ci ha sorpreso tutti, battendo l’invincibile Ledecky, una che quando nuota i 200 non è sempre così efficace come nelle altre distanze, e tutte le altre. Soprattutto, ha battuto lo scetticismo dei più dopo Rio ("è vecchia, faceva meglio a smettere, è finita…") con un’impresa che l’ha fatta passare direttamente nella leggenda del nuoto, quando c’era il rischio che diventasse una patetica controfigura di se stessa.

Se Federica ha raggiunto questo straordinari traguardi lo deve alle sue doti naturali in acqua, certo, ma soprattutto ad una determinazione, una voglia di allenarsi, una consapevolezza ed attenzione nella gestione del suo talento che trovano pochi altri riscontri al mondo. Prima ad arrivare all’allenamento così come alle gare, attenta ai consigli del tecnico ed a tutti quei particolari, dalla cura per il proprio fisico alla dieta da atleta, che sono alla base del miracolo di Budapest. Un esempio.

Gabriele Detti, livornese dalla faccia sorniona, finora famoso per essere lo sparring partner del campione Paltrinieri, è uno che ha dovuto recuperare dopo un anno perso per un problema di infezione alle vie urinarie (2015, quello dei Mondiali di Kazan). Non è facile trovarsi a lavorare duro, giorno dopo giorno, al centro federale di Ostia, chilometri e tanta fatica, per raggiungere un obiettivo all'appuntamento importante (una finale? Una medaglia?) e invece ritrovarsi ridotto ad un cencio per un infido problema di salute. Conosco gente che ha smesso per molto meno, si è persa per strada, non ha saputo reagire. Gabriele non ha mollato, ha lavorato per recuperare anche quando Gregorio vinceva i 1.500, mentre tutti erano in ferie. Poi è arrivata Londra con il titolo europeo, Rio con i due bronzi, la vittoria negli 800 a Riccione, davanti al fratello di bracciate Paltrinieri.

Quindi i giorni d’oro di Budapest, prima il bronzo dei 400, poi lo spettacolo negli 800, quella gara dove parte forte, poi sembra che abbia dato, Greg e il polacco lo sorpassano (“vai, ha sbagliato tattica, è bello che andato…”) e invece rimane lì, sornione, in agguato. E alla fine piazza il colpo, non ce n’è per nessuno, stavolta non sei lo sparring partner di qualcun altro, sei tu il campione, Gabriele, e quell’oro è tuo. Che tu possa rimanere quello che sei, quel tuo bel modo di essere, scherzare, piedi per terra, umiltà e voglia di stupirci: non chiediamo altro. Un esempio.

Infine, il Gregorio nazionale. Ha già vinto tutto il vincibile, e quest’anno, quello del dopo Olimpiade, pare un po’ complicato. Non sei più quello emergente, in ascesa, sei quello da battere. Non ti lasciano più in pace, ti chiamano di qua e di là, sponsor, spot televisivi, interviste ed attese: se vinci hai fatto il tuo, se perdi torni ad essere un bischero qualsiasi. Già a Windsor, mondiali di corta, arrivi secondo nei 1.500, poi a Riccione, ai campionati primaverili, perdi da Detti gli 800, gara nella quale detieni il record europeo. Ti girano parecchio, e si vede, la condizione non pare un granché, in molti immaginano che tu stia pagando un post Rio di troppi festeggiamenti. Basta poco per farci capire di che pasta sei fatto: pochi giorni dopo nei 1.500 piazzi una prestazione che lascia tutti a bocca aperta, nessuno può avere dubbi sulla tua tenuta mentale, la tua determinazione.

Che poi è quanto succede a Budapest nella finale dei 1.500. In batteria ti sei trovato accanto il giovane ucraino Romanchuck, che la federazione ha ospitato per quasi un anno ad Ostia per allenarsi con i nostri guidati da Stefano Morini (oh, ma non si dovevano aiutare a casa loro?). L’irrispettoso pischello si prende il lusso di batterti per 20 centesimi, sfoderando un finale che non possiedi, riprendendoti metri ad ogni virata, l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un talentuoso succhiaruote che sfrutta le scie e poi piazza lo scatto vincente. La finale sarà una gara complicata.

Gregorio l’affronta a modo suo, da protagonista, la imposta all’attacco ma non basta. Attacca ancora ma non basta, l’ucraino è sempre lì, non molla. Credo che un qualsiasi nuotatore con minori attributi di Gregorio si sarebbe scoraggiato.

Il nostro, e non so bene dove abbia trovato le risorse (ma la risposta si trova più nella testa che nelle braccia) attacca ancora, e quell’altro molla, inutile lo scatto finale, l’inserimento delle gambe, Greg è davanti, non lo riprendi più, bellino! Dopo la gara, dichiarazioni, atteggiamenti, tutta roba di cui andare orgogliosi. Un esempio.

Chi pensa che ritrovarsi campioni sia un colpo di fortuna, una manna dal cielo, che con gente così chiunque farebbe bella figura si vada a nascondere, please.

Ho scritto di tre atleti ma potrei continuare con altri e non solo nel nuoto in piscina. Ci sono quelli dei tuffi, del sincronizzato, delle acque libere, e la stessa pallanuoto che è stata ad un passo dal raggiungere le semifinali ed una medaglia, anche se poi non è andata così per motivi diversi fra uomini e donne. In una manifestazione che sotto l’aspetto organizzativo mi è sembrata perfetta, e sotto quello tecnico tutto sembrava tranne che un anno post olimpico, quello del calo fisiologico di rendimento e risultati, l’Italia è stata in prima fila.

Dietro a tutti questi successi c’è il grande lavoro delle società, dei tecnici e della Federazione, la programmazione per vincere le mille difficoltà quotidiane che si presentano a chi crede nel valore dello sport come esempio formativo.

Con questi chiari di luna fare sport è sicuramente più facile che farlo fare ma ne vale la pena. Specie se pensi che alla fine, anche in Italia, si può essere campioni per davvero e non solo nelle chiacchere di qualche politico. E magari qualche buon esempio serve ai nostri giovani per crescere meglio, come sportivi e soprattutto come cittadini.

Franco Bonciani

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