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martedì 18 dicembre 2018

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Quasi una storia

di Marco Celati - giovedì 12 aprile 2018 ore 19:15

C’era una volta, anzi ci sono delle volte che la collina prende i colori di una cartolina. I verdi cupi della macchia, i marroni bruciati, i rossi e giallo oro digradano verso il verde chiaro dei campi, accesi da lampi di fioriture. Lontano i colli grigi e, sopra, strisce bianche di nubi sullo sfondo azzurro del cielo. Così tutto appare come un quadro impressionista, un paesaggio dipinto nell’anima.

Una volta c’era chi conosceva il tempo e quei luoghi e distingueva in quei colori il nome degli alberi, delle piante e dei fiori. Mio nonno, un vecchio socialista, li conosceva perché aveva lavorato la terra su quelle colline, nelle terre del Marchese, finché era vissuto. L’aveva appreso, il mestiere, dal suo babbo, anarchico, e il suo babbo dal suo prima di lui, quando alla fine dell’Ottocento tutta la famiglia si trasferì qui da Palaia, forse cacciati dal fattore o forse per cercare una loro fortuna. Dopo il mio nonno, però, la tradizione contadina si interruppe, mio padre diceva che era bassa la terra e avara ed era andato a fare il garzone in un negozio di barbiere in città e poi l’operaio alla Fabbrica. Assumevano allora: metalmeccanici e metà contadini. C’era voluta una buona parola del pievano al proposto e dal proposto al direttore dello stabilimento, a suo tempo fascista e, dopo la guerra, democristiano come tanti. E anche se il babbo era comunista e non avrebbe voluto mai, ci pensò la mamma a parlare col prete. Che poi a quel tempo non era ancora mia mamma perché io non ero neanche nato. Ma i miei futuri genitori erano fidanzati in casa e così si potevano sposare. Perché chi andava alla Fabbrica era da prendere e mettere su casa e famiglia.

Mio nonno li avrebbe riconosciuti, il larice, il faggio, il castagno, distingueva la quercia dal leccio e sapeva i nomi delle piante, il bosso, il ligustro, il ginepro. Sapeva i tipi di olivo, conosceva i tempi della semina e la fioritura. Io no, io so a malapena del pitosforo e dell’alloro, riconosco soltanto i pioppi alti e dritti, stecchiti d’inverno, che crescono nella golena del Rio. E mio padre si intendeva più che altro di calibri e rettifiche, era lattoniere alla Fabbrica. Parlava poco, fumava troppo, diceva non dà niente la terra. Stava nel sindacato. La Domenica ci vestivamo a festa, lui andava alla sezione del PCI, la mamma ed io alla Messa e poi ci ritrovavamo tutti insieme al Circolo, in piazza dove potevamo fare colazione, perché la Domenica era un giorno speciale. E ora che lavorava anche la mamma, aiutava alla bottega degli alimentari in paese, ce lo potevamo permettere. In paese erano più democristiani e missini che comunisti e socialisti, ma la sinistra avanzava. Poi il nonno morì, aveva fatto la grande guerra, in trincea, era tornato, come molti reduci, con i polmoni malati. Dopo fu la volta di mia madre, giovane, di un brutto male nel sangue. La nonna, curva e cieca a ricamare corredi, si spense di vecchiaia. Il babbo fumava troppo, quando smise era troppo tardi, così se ne andò anche lui, forse a trovare la mamma. Mi disse alla fine non dà niente la vita, solo voi. Ho una foto sbiadita di lui che sventola una bandiera rossa in mezzo a un corteo. E un’altra in bianco e nero, che tengo incorniciata sul comodino, della mamma e del babbo mentre ballano a una festa popolare.

Me mi hanno mandato all’università, ho studiato e sono dottore in scienze politiche, scienze confuse, ho lavorato in Comune, in città, mi sono sposato e separato: abbiamo due figli maschi che vanno alle superiori per ora e un giorno, finiti gli studi, cercheranno lavoro, se ce ne sarà ancora per loro nel nuovo mondo e nel nuovo millennio. Stanno un po’ con la madre e un po’ con me, nella casa in collina, al paese. E questa, a dirla in poche parole, ho preso dal babbo, sarebbe tutta la storia della mia famiglia. C’era solo una cosa che mi ricordavo, un cosa del nonno che mi aveva raccontato. Anche il babbo la conosceva, ma lui non aveva mai voluto saperne, come l’avesse sepolta per sempre nella terra a cui si era sottratto. Il nonno la ricordava bene perché suo padre, il nostro bisnonno, era il protagonista della storia. Contadino, aiutava il fattore nelle terre del Marchese, quando i mezzadri, con il cappello in mano, portavano i resoconti alla Villa accanto alla Chiesa, in alto, in paese e il fattore controllava, vigilando sul dovuto e sui furti. Povera gente che viveva della forza delle braccia e si sfamava con quello che restava loro dei raccolti, strappati alla terra e alle stagioni. Il vecchio Marchese non badava ai miseri conti, era di più, era marchese. Lui giocava a carte nel Circolo, in paese. In campagna, anzi in collina, non è che ci fosse uguaglianza, ma nemmeno altra nobiltà, se non quella degli animi forti. E forse nei circoli dei signori in città il vecchio non si trovava, tra quei damerini profumati, lui sapeva troppo di stalla. Così la sera giocava a carte con i suoi paesani, naturalmente i contadini, il fattore e il mio bisnonno, qualche volta anche il pievano e il maresciallo. Il vino era schietto, del loro, sigarette e toscani offuscavano e appestavano la saletta riservata, al primo piano del Circolo e si faceva tardi fino al mattino. Poi il Marchese, con passo incerto, attraversava la piazza intestata alla sua antica famiglia e si ritirava in villa a dormire e gli altri prendevano direttamente la via lunga dei campi, al lavoro.

Fu in una di quelle notti al tavolo verde che avvenne il fatto. Il Marchese di solito perdeva, giocava male, non ci badava, tanto se lo poteva permettere. Quella volta perse di più, non aveva altri soldi con sé e disse mi gioco le terre basse, tra l’Immaginetta ed il Rio. Lo disse, lo disse. Anche il fattore se lo ricordava. E quelle terre, che a volte si seminavano ad erba medica, a volte a frumento per le bestie, le vinse proprio il tuo bisnonno, il nonno mi ha sempre detto così, specie gli ultimi tempi, quando lo andavo a trovare a letto, malato. Una mano fortunata, una mano del destino. Ma un destino cinico e baro, come il Marchese che non onorò mai la vincita. Per la verità furono i suoi eredi, forse il vecchio nobile l’avrebbe anche riconosciuta. Ma passarono gli anni e lui si rimbambì del tutto e i figli patrizi erano più altezzosi dell’illustre genitore e poi venne il fascismo a fare il resto. La nostra famiglia alla fine provò a seminare, ma arrivarono i trattori dei signorini marchesi a tagliare la strada, a chiudere la fossa e un manipolo di camicie nere, giunto con una camionetta dalla città, distribuì manganellate e olio di ricino a volontà. Bastardi!

Così quelle terre rimasero incolte per sempre, anche dopo la caduta della nobiltà e del fascismo e anche una volta passata la guerra, ritornati in città gli sfollati rifugiati in paese, scampati ai bombardamenti. Quei campi, mio padre non se ne interessava, nessuno li coltivò più. Ma erano nostri, il tuo bisnonno, mio padre li aveva vinti regolarmente al gioco, mi ripeteva il nonno, stringendo per la rabbia il fazzoletto tra le nocche ossute. E i debiti si pagano! La vita dei poveri si paga, perché i debiti dei signori no? E si faceva venire la tosse ed il sangue alla bocca. Aveva continuato a zappettare la terra e a badare all’orto dietro casa, finché aveva potuto, finché a più di novant’anni non gli avevano levato gli arnesi e la bicicletta, dopo l’ultima caduta. E lui si era anche incazzato. Lascia stare il nonno e quella storia, a me non è mai importata, mi faceva il babbo, non c’è fortuna nella terra, né onore nel gioco, lascia perdere e studia, pensa alla tua vita.

E io ci penso alla mia vita, ora che sono in pensione e sono rimasto solo a ricordare e, peggio, a scrivere. Forse perché comincio a dimenticare le cose, le persone e perfino i volti, quello del babbo, della mamma, dei nonni, dei pochi amici rimasti e restano poche parole e poche storie da raccontare, poca vita che dà quel che dà. Mi restano le avare ed amare parole del babbo e la storia del nonno che ho voluto raccontare ai miei figli prima di dimenticare tutto per sempre, prima che sia tardi per la nostra vita. Uno andrà a medicina o forse ingegneria, non lo sa ancora, il grande ha preso agraria, chissà perché. Ha detto, che storia! Ha chiesto, babbo, carte ci sono? Quali carte, gli ho risposto, quelle con cui giocava il mio bisnonno con il vecchio Marchese e gli vinse le terre, no. Ha riso e ha detto che gli piacerebbe coltivare quei campi tra l’Immaginetta ed il Rio a vite selezionata e altro, di qualità, che la terra può dare. Io non me ne intendo, non saprei, ma lui queste cose le studia. Per l’olivo sono basse, dice, ma poi si vedrà, semmai c’è ancora quel po’ di podere dietro casa che si arrampica sulla collina. Se sono nostre le terre, sono nostre, babbo, ‘fanculo i marchesi.

Marco Celati

Monte Castelli, Gennaio 2018

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Questa storia è in buona parte inventata con cose mie e non mie. Ma contiene anche una parte di verità, quella che mi ha raccontato un giorno un amico, Floro. Non so se me l’ha regalata o se un po’ gliel’ho rubata. Di certo me l’ha raccontata meglio di come l’ho resa io che sono solo capace di tirare fuori questi racconti brevi e malinconici. La sua storia era assai più complessa e anche più bella per essere vera e meriterebbe che qualcuno, bravo, o lui stesso, che scrive bene, la scrivesse per noi. Prima che sia tardi per i nostri ricordi e le nostre vite.

Marco Celati

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